Sigla di Ranma

29 Febbraio 2008

Oltre alle sigle di GTO, un’altra sigla che mi piace molto è quella di Ranma ½. Oltre che ad essere molto musicale anche nella versione originale, è una delle poche che ha subito una traduzione in italiano decente, sempre dal punto di vista musicale (non sicuramente da quello della fedeltà della traduzione).

Ecco l’originale:

Mentre ecco la versione italiana (la qualità non è eccelsa):

Dato che ho dedicato un post alla sigla di apertura della seconda parte della serie, mi sembra opportuno parlare anche della prima sigla, che ha come sottofondo “Driver’s High” dei L’Arc-en-Ciel:

Ed ecco il video originale (Link Broken):

Le parti più interessanti della sigla sono l’inizio e la fine. L’inizio è memorabile: il rombo di accensione di una macchina viene fatto passare per lo sciacquone del water (forse un riferimento all’ecletticità di Onizuka?).

La fine è senza alcun dubbio imperdibile: davanti a uno specchio, Onizuka si disegna un bersaglio sul corpo e si spara, o meglio spara al proprio riflesso. Questa scena lascia spazio alle interpretazioni, io la vedo come una provocazione: bisogna essere sempre coraggiosi (sparare a se stessi e saper quindi rinunciare a tutto), ma mai stupidi.

Come diceva Samuel Johnson, ci sono 2 tipi di conoscenza: o conosciamo qualcosa direttamente, o sappiamo dove possiamo trovare informazioni su di essa. L’originale, ovviamente, rende meglio l’idea:

Knowledge is of two kinds. We know a subject ourselves, or we know where we can find information upon it.”

Si dice che questa frase fosse stata la risposta di Johnson alla domanda di Cambridge, fattagli per via del suo interesse nella libreria di quest’ultimo.

La frase è inoltre citata nel libro “The C++ programming language” di Bjarne Stroupstrup, prima dell’indice, la parte di un libro che riprende fondamentalmente l’idea di Johnson.

Questa affermazione è, secondo me, molto significativa. Infatti, secondo ciò, la maggior parte delle persone sa tutto, dato che la maggior parte delle persone sa leggere. La conoscenza diventa così il passaggio tra la conoscenza del primo tipo, quella che si intende comunemente, a quella del secondo tipo.

La superbia

28 Febbraio 2008

Non c’è sicuramente bisogno di dire quanto la Divina Commedia sia un’opera staordinaria e senza tempo. Nonostante ciò, ritengo opportuno comunque segnalare questo verso, dal Canto XXVI (quello di Ulisse):

“de’ remi facemmo ali al folle volo,

A mio parere, questo famoso verso è una delle metafore più belle, in quanto riassume in appena 11 sillabe cìò che ha condotto alla dannazione Ulisse (dove Ulisse rappresenta l’uomo moderno): i remi, gli strumenti quotidiani, si sono trasformati in ali, aspirando a qualcosa al di fuori della loro portata.

Proprio questa follia, termine usato parcamente nella Divina Commedia, con il significato di “superbia”, è l’oggetto di tutto il canto.

Per capire fino a che punto i media possano spingere la psicosi della sicurezza informatica, bisogna leggere questo articolo:

“A essere incriminate sono le schede di memoria di tipo DRAM, che dopo lo spegnimento del computer conservano i dati in memoria ancora per qualche minuto. Proprio questo margine di tempo può permettere a un malintenzionato di accedere alla memoria e rubare dati sensibili o relativi alle procedure di criptazione attuate.

Un PC in stand-by è anch’esso molto fragile sul piano delle difese, perché un pirata informatico potrebbe riattivare la macchina ed effettuare una scansione ad hoc del contenuto delle memorie DRAM, aggirando le protezioni del sistema operativo.

Da notare che portando la temperatura di un computer a -50 gradi Celsius il tempo di latenza dei dati nelle memorie DRAM si prolunga fino a oltre 15 minuti. Un tempo sufficiente per asportare il banco di memoria RAM e leggerlo con un altro dispositivo su cui ci sono dei software specifici di decriptazione.”

Arrivare a pensare che la sicurezza sia legata alla memoria ram è sicuramente possibile in linea teorica, ma bisogna ricordarsi che la ram è appunto volatile per natura, e i dati vengono spesso riscritti. Sicuramente però ci sarà qualche sito (o telegiornale) che sfrutteranno questo articolo per dire che i computer non sono sicuri neanche da spenti.

Come critica a questo tipo di articoli, riporto il commento di Francuccio, utente di P2P Forum Italia (leggermente modificato):

“…è più facile che ti entrino nel pc dal modem piuttosto che dalla porta di casa.
Cioé, ma ve l’immaginate un idraulico con una bombola di azoto liquido e una tuta da tecnico nucleare che dice: “Scusa,  devo alzare un po la latenza delle tubature”

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Questo film del 2003, diretto dal regista Kim Ki-duk, parla di quanto sia facile sbagliare e di quanto sia difficile perdonare.

Si tratta di un film dal ritmo molto lento, che descrive la vita di un monaco e di un suo discepolo su una palafitta su un lago, collegati al resto del mondo solo da una barca. La vita dei due scorre felice fino a che un’influenza dall’esterno non incuriosisce il discepolo del maestro, che decide di abbandonare l’”oasi”.

Nel mondo reale scoprirà l’atroce realtà, che lo porterà a commettere un omicidio. Ritornato dal maestro per cercare rifugio, si pentirà e sconterà la sua pena. Il suo maestro quindi si suiciderà, e al ritorno il discepolo prenderà il suo posto, iniziando un nuovo ciclo, da cui il titolo.

Questa citazione viene da Wikipedia, attribuita a Cicerone, e significa:

“All’inizio di un discorso mi tremano le gambe, le braccia e la mente.”

Dopo una lunga ricerca, ho ritrovato questo passo nell’opera ciceroniana De Oratore, nel Liber 1, 26:

“Equidem et in vobis animum advertere soleo et in me ipso saepissime experior, ut et exalbescam in principiis dicendi et tota mente atque artubus omnibus contremiscam;”

“In verità come sono solito fare attenzione a voi così in me stesso provo spesse volte, sia di diventare pallido in principio del dire, sia di tremare con tutta la mente e tutti gli arti”

Questa frase racconta le sensazioni che si provano prima di parlare in pubblico: ciò che è più straordinario, è che a scriverla sia stata Cicerone, riconosciuto come uno dei più grandi oratori dell’antichità (se non il più grande). A quanto pare i più grandi provano le stesse emozioni che proviamo noi comuni: la differenza sta nel come riescono a controllarle.

Riporto questi consigli sul come capire se una persona sta mentendo, presi da un articolo di Ken Osborn. Riguardano l’ambito lavorativo, ma credo possano funzionare altrettanto bene anche in altri ambiti.

  • Tocco del naso: questo è generalmente un bisogno fisiologico, chi lo tocca potrebbe essere un bugiardo riguardo quello che sta dicendo.
  • Disturbi nel discorso: questi sono piuttosto semplici da cogliere, infatti se l’interlocutore fa molte pause e usa molte interiezioni allo scopo di prenedere tempo, probabilmente sta mentendo.
  • Discrepanza discorso-atteggiamento: se l’interlocutore mostra atteggiamenti in contraddizione con quello di cui sta parlando, forse sta mentendo.
  • Grattarsi il collo: simboleggia la fatica, una persona lo fa se pensa di non riuscire a portare a termine ciò di cui sta parlando.
  • Strofinarsi gli occhi: significa disaccordo con ciò che si vede, indica generalmente che la persona o non ha capito o non è d’accordo.
  • Accentuare le parti finali della frase: generalmente si fa con le domande, indica poca convinzione in quello che si dice.
  • Lettere vuote sporche: se le lettere vuote, come a ‘o’, che in grafologia rappresentano l’onestà, non sono completamente bianche, potrebbe esserci qualche sospetto di disonestà (metodo piuttosto vago però).

Come dice il titolo, almeno non per me. Se infatti nel post del blog di Muffo vengono affrontate le ragioni economiche per le quali un mmorpg dovrebbe essere rifiutato, qui cercherò di affrontare le ragioni per le quali non dovrebbe essere giocato da un punto di vista più astratto.

L’mmorpg, almeno per me, viola una delle regole fondamentali che un videogioco dovrebbe seguire: rilassare. Un videogioco dovrebbe divertire, e come è possibile divertirsi in un videogioco sapendo che non hai il controllo del mondo in cui giochi, sapendo che non puoi essere il migliore, perchè ci sarà sempre qualcuno che gioca sempre più di te?

Quello che conta veramente è dunque quello che si cerca in un videogioco: io cerco nei videogiochi quello che non posso avere nel mondo reale. Essere il numero uno sempre è una di queste cose, e un gioco che non me la può offrire non è un videogioco. Meglio il classico gioco da poltrona.

E’ chiaro che questa critica è rivolta agli mmorpg che tendono a degenerare in una comparativa di personaggi. D’altronde, che storia potrebbe mai offrire un mmorpg? Di sicuro non una in cui si è protagonisti. Ce ne sarebbero troppi di protagonisti.