Marziale e la vita del saggio
2 Novembre 2009
Dal quinto libro degli Epigrammi di Marziale, riporto il testo numero 58:
Cras te victurum, cras dicis, Postume, semper.
Dic mihi, cras istud, Postume, quando venit?
Quam longe cras istud, ubi est? Aut unde petendum?
Numquid apud Parthos Armeniosque latet?
Iam cras istud habet Priami vel Nestoris annos.
Cras istud quanti, dic mihi, posset emi?
Cras vives? Hodie iam vivere, Postume, serum est;
Ille sapit quisquis Postume, vixit heri.
L’uomo saggio dunque non vive nel domani: è già vissuto ieri.
Traduzione (di Simone Beta):
Domani, mi dici sempre che vivrai domani, Postumo.
Ma dimmi, questo “domani”, quando arriva?
Dov’è questo “domani”? È lontano? Dove si trova?
Si nasconde forse tra i Parti e fra gli Armeni?
Ormai questo “domani” ha gli anni di Nestore o di Priamo.
Quanto costa, dimmelo, questo “domani”?
Vivrai domani? Vivere oggi, Postumo, è già tardi:
il vero saggio, Postumo, è vissuto ieri.
Sbagliare correttamente
8 Agosto 2009
Voglio esporre delle considerazioni su una frase pronunciata da Winston Smith, protagonista del romanzo 1984 di George Orwell, dopo aver raccontato a Julia di aver avuto la possibilità di gettare da un dirupo sua moglie, ma di non averla sfruttata.
“‘Actually, it would have made no difference”, he said. “Then why are you sorry you didn’t do it?” “Only because I prefer a positive to a negative. In this game that we’re playing, we can’t win. Some kinds of failures are better than other kinds, that’s all.’”
“In pratica, comunque, non avrebbe fatto una gran differenza.” “E allora perchè ti dispiace di non averlo fatto?” “Solo perchè qualcosa di positivo, secondo me, è sempre meglio di qualcosa di negativo. Noi siamo impegnati in un gioco che non posssiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto.”
Da 1984, G. Orwell, capitolo 3, parte 2 (pag. 141 versione italiana Oscar Mondadori, traduzione di Stefano Manferlotti).
La parte su cui vorrei soffermarmi è quella evidenziata: “Alcuni fallimenti sono migliori di altri”. Nel contesto, il messaggio che il protagonista manda è abbastanza chiaro: tra due mali, meglio quello minore.
Io preferisco tuttavia dare un’altra interpretazione a questo passo: per avere una mentalità vincente, bisogna riconoscere e accettare i propri errori, e, in particolare, nelle difficoltà la bravura sta nello scegliere il fallimento giusto, quello che pone le basi adatte a un successivo riscatto. In questo senso io interpreto il fatto che alcuni fallimenti sono meglio, altri peggio. Come ho già affermato però, questa è un’interpretazione puramente personale.
Le lezioni di fisica di Feynman
24 Luglio 2009
Ho scoperto solo recentemente che la Microsoft, con l’appoggio di Bill Gates, ha realizzato un sito dove si possono vedere le registrazioni delle lezioni che Richard Feynman ha condotto nel 1964 alla Cornell University.
“Project Tuva” è il nome di questa iniziativa. I video in questione fanno parte del sito Microsoft Research, in quanto le lezioni sono trasmesse con l’ausilio di un nuovo player molto interessante in fase di test. Realizzato con la tecnologia Silverlight, il player permette di consultare i video per capitoli, di lasciare delle note, di vedere i sottotitoli, di avere un commento scritto da parte di esponenti autorevoli del mondo della scienza e inoltre visualizza dei contenuti extra lungo il corso del video, per approfondire ciò che Feynman accenna solamente (o dà per scontato).
Richard Feynman è stato un importante premio Nobel per la fisica, ma forse è più conosciuto proprio per queste lezioni che tenne negli anni 60. Il suo metodo di spiegazione è molto caratteristico: ironico, riesce, con metafore a volte ardite, a comunicare sempre almeno un’idea di quello che vuole trattare. Molte delle sue frasi sono diventate delle citazioni famose nel mondo della fisica, specialmente per quanto riguarda la meccanica quantistica.
Inutile dire che le lezioni sono una miniera di informazioni, da riguardare più e più volte. Il carisma di Feynman intolre rende piacevole trattare di argomenti molto complessi. D’altra parte però, i temi trattati sono veramente difficili. Le lezioni sono state anche raccolte in una serie di libri intitolata “Feynman Lectures on Physics”, che ampia notevolmente il contenuto delle lezioni sopra riportate, spaziando in tutto il mondo dela fisica.
Quanto bisogna studiare?
18 Giugno 2009
Quando si frequenta il liceo, in particolare durante il biennio, una delle cose su cui insistono di più i professori è l’acquisizione di un corretto metodo di studio, utilizzabile anche all’università.
Non mi dilungherò su quale sia il metodo di studio più giusto, perchè ognuno ha il suo personalissimo sistema. Quello su cui mi voglio concentrare ora è il quando applicare il sistema, su cosa e per quanto tempo.
Per questo riporto una citazione da Seneca, dalla lettera 108 sugli insegnamenti di Attalo (paragrafo 2):
Non quantum vis sed quantum capis hauriendum est.
In sostanza Seneca dice: “Devi imparare non quello che vuoi ma quello che puoi”. Riprendendo il discorso che Seneca faceva nelle righe precedenti, non bisogna studiare “a caso”, concentrandosi solo su quello che piace e saltando di palo in frasca a seconda di come tira il vento.
Bisogna seguire un ordine logico e lasciare i giusti tempi di assorbimento nello studio; la cosa più importante però è procedere per gradi: prima di studiare le cose complesse è necessario capire le cose semplici.
Purtroppo è molto facile dimenticarsi di questa regola.
La scusa migliore
14 Giugno 2009
Leggendo “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo sono incappato in una frase particolare:
È un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.
Leggendola ho subito pensato a quante volte io stesso ho usato questa scusa.
Commediografi e tragediografi antichi
4 Gennaio 2009
Riporto qui un metodo per ricordarsi il nome di tre tra i più importanti autori di teatro della grecia antica, metodo insegnatomi da una mia ex-professoressa di storia (prima media).
Si tratta di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Essendo collegati tutti al mondo del teatro, ci si può immaginare che un teatro sia in fiamme, e per evacuare qualcuno dica: “Eschilo (uscite, ndc), eschilo signori, che qui si Sofocle (soffoca, ndc), e attenti, che le scale sono Euripide (ripide, ndc)”.
Ovviamente su Internet se ne trovano versioni di tutti i tipi, che includono anche Pericle (il pericolo), ma questa è la versione originale che ho sentito io.
Il significato dei nomi era ovvio, ma li ho specificati solo perchè avevo voglia di scriverci ndc a fianco (nota del curatore).
You talkin’ to me?
20 Aprile 2008
Questa frase viene pronunciata nel film del 1976 “Taxi Driver” dal protagonista Travis (interpretato da Robert De Niro). Si trova più o meno alla metà del film, quando il protagonista ha ormai rinunciato alla vita normale per cercare di evadere, distinguersi dalla massa.
Non so gli altri, ma io ho sempre sognato di dire questa frase nella realtà, in una situazione reale. In realtà, nessuno ha la capacità nè il coraggio di arrivare a tanto: il massimo che si può ottenere è proprio quello che succede in Taxi Driver, una scena un po’ penosa davanti a uno specchio.
Penosa, nel senso che persino nel film il protagonista non riuscirà mai a metterla in pratica. Forse è questo il senso della scena: l’autostima non deve arrivare dagli altri, ma deve essere trovata in se stessi.
L’occhio del filosofo
13 Marzo 2008
Riporto questo interessante aneddoto su Platone e Antistene, scritto dal filosofo Simplicio nei commenti alle Categorie di Aristotele (la fonte è indicata come SIMPL., Cat., 66 b, 45 ma non ho avuto maniera di verificare):
Antistene: «O Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità». Platone: «Perché non hai l’occhio per vederla»
Qui emergono due cose: la critica alla teoria delle idee, considerata troppo astratta, e la qualità indispensabile di un buon filosofo.
La scrittura impigrisce la mente?
5 Marzo 2008
Socrate non scrisse mai nulla: riteneva che la scrittura procurasse soltanto opinioni a coloro che la imparavano, mentre solo attraverso la parola si poteva veramente essere sapienti (Platone, Fedro, 274 c-276 a):
“…Perché esso (l’alfabeto, per metonimia la scrittura) ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”
Eppure, se è ricordato come uno dei filosofi più grandi del passato è proprio grazie agli scritti di Platone.
Anche Cesare riporta come i druidi imparassero a memoria i libri, ritenendo che la scrittura impedisse alla memoria di essere esercitata (De Bello Gallico, Liber VI, 14):
”Magnum ibi numerum versuum ediscere dicuntur. Itaque annos nonnulli vicenos in disciplina permanent. Neque fas esse existimant ea litteris mandare, cum in reliquis fere rebus, publicis privatisque rationibus Graecis litteris utantur. Id mihi duabus de causis instituisse videntur, quod neque in vulgum disciplinam efferri velint neque eos, qui discunt, litteris confisos minus memoriae studere: quod fere plerisque accidit, ut praesidio litterarum diligentiam in perdiscendo ac memoriam remittant.”
Cosa bisogna concludere allora, che la scrittura sia positiva o negativa? Sicuramente la scrittura non avrai mai la stessa forza espressiva della parola, ma sicuramente la parola è particolare: come dice la locuzione latina, verba volant, scripta manent. Sicuramente non si può prescindere dall’ uso della scrittura come punto di partenza per costruire un discorso razionale, come non si può affidare alla parola concetti che non ci si può permettere di perdere.
