I giovani sono rimasti “senza parole” di fronte alle nuove tecnologie. Letteralmente.

Ripropongo un articolo che ho scritto ormai tanto tempo fa per il giornalino della mia scuola. Ne avevo scritti piu’ d’uno, pubblichero’ quelli che ritengo piu’ interessanti. Sono scritti in uno stile che avrebbe dovuto “raccogliere” l’attenzione dei ragazzi, quindi sono un po’ diversi da come scrivo normalmente su questo blog. Di questo articolo in particolare, a parte lo stile, condivido il contenuto, che rispecchia, anche se in maniera un po’ spiccia (avevo poco spazio a disposizione) le mie opinioni sull’argomento.

Questo articolo è rivolto a chi ha un cellulare in tasca, a chi ha appena controllato se ha ricevuto un messaggio e non vede l’ora di arrivare alla fine di questo pezzo per rispondere. Pensate a quei 160 caratteri che stanno lì, aspettando di essere scritti. Scritti come? Questo è il problema. La lingua usata dai giovani si sta stringendo, come un panno lavato con il programma sbagliato. In seguito a una ricerca, il professor Tony McEnery, della Lancaster University, ha evidenziato come il linguaggio usato dalle nuove generazioni sia limitato, e molto: appena 20 sono le parole che ricorrono più spesso. Le cause di questa contrazione sono principalmente due. La prima è da ricercare nella diffusione della tecnologia, che impone limiti alla lunghezza del messaggio: in particolare si tratta degli sms e di Twitter, la piattaforma di microblogging che permette di scrivere messaggi di 140 caratteri al massimo. La seconda riguarda il bisogno che gli adolescenti sentono di prendere le distanze dal mondo degli adulti, sviluppando un linguaggio incomprensibile. Quali sono però le conseguenze di questo impoverimento lessicale? Anche se non sembra, l’uso di termini gergali e di contrazioni nei messaggi va a scapito del futuro dei giovani, in particolare nell’ambito lavorativo. L’uso di un linguaggio corretto, articolato e forbito è da sempre infatti indice di cultura e serietà presso tutte le categorie di lavoratori con grandi responsabilità, come i medici ad esempio. Nessuno vorrebbe farsi curare da un medico che non è neanche capace di parlare, e nessuno vorrebbe assumere qualcuno che parla in maniera “infantile”. Tralasciando tuttavia le considerazioni di carattere pratico, esiste almeno un altro motivo per cui tutti dovrebbero esprimersi al meglio delle proprie possibilità. Quando una persona scrive, mette qualcosa di sé all’interno del testo, porta all’esterno quello che ha precedentemente elaborato nella sua testa. Se gli adolescenti si esprimono con appena venti parole, questo significa che la profondità e la complessità dei loro pensieri è commisurata a questo esiguo numero di termini, e di certo nessuno pensa di poter essere descritto da venti parole. Sessant’anni fa, George Orwell pubblicava “1984”, descrivendo un totalitarismo in cui uno dei metodi di condizionamento del pensiero era l’introduzione di una nuova lingua, la “neolingua”. Caratteristica fondamentale di questa lingua era la sintesi estrema: pochi, pochissimi termini per esprimere tutto e solo quello che serve. Nessuno avrebbe più potuto protestare, perché non ci sarebbero state le parole per farlo. Quello era solo un esperimento letterario, ma siamo sulla buona strada affinché non resti più tale.

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I giovani sono rimasti “senza parole” di fronte alle nuove tecnologie. Letteralmente.

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