La volpe che cancella le proprie tracce nella sabbia

E’ in particolare sul verbo sbagliare che mi voglio soffermare. Si tratta di uno dei principali motivi che ritengo alla base dell’avversione che le persone provano contro la scienza: ritenere il progresso un qualcosa di dovuto, che arriva in automatico e gratuitamente grazie all’intuizione di poche persone dotate di un genio fuori dal comune. Nulla di piu’ mortale.

Non voglio affermare che non esistano persone geniali: tuttavia ognuno puo’ sviluppare un certo grado di intuizione con l’esperienza, con il giusto ambiente e i giusti maestri. Spesso nelle scuole i risultati vengono presentati “masticati e digeriti”: formule alla stregua di macchinette, inserire il valore per ottenere il risultato. Si perde sempre di piu’ il gusto della scoperta, della comprensione del risultato. E questo non e’ solo un problema degli studenti, poco inclini allo studio. E’ un problema della societa’, in cui la cultura scientifica riveste un ruolo marginale. E’ un problema anche di molti professori, in quanto mancano di originalita’ e autonomia nella spiegazione delle proprie materie.

Se si abitua la gente a pensare alla scienza come qualcosa di elitario, arduo, incomprensibile, si arriva al risultato che discipline come la matematica e la fisica sono odiate o trascurate perche’ “fuori dalla nostra portata”. Niente di piu’ falso: non sono piu’ difficili di quanto lo possano essere gli studi umanistici condotti con serieta’. Il problema risiede il piu’ delle volte nel metodo di insegnamento, sul quale ci sarebbe sicuramente piu’ di qualcosa da dire.

Ecco perche’ forse chiamare la matematica e le discipline basate sul metodo sperimentale “scienze esatte” e’ stata una scelta infelice. La scoperta e il progresso passano attraverso una serie di tentativi ed errori, che spesso sono opportunamente nascosti e cancellati, pubblicando solo il risultato finale. Come se si dovesse stupire il pubblico con una sorpresa per fare successo, come se l’unico modo per essere presi sul serio fosse quello di usare un linguaggio oscuro e pedante, che preclude a una comprensione fluida e lineare.

Il titolo dell’articolo deriva da una citazione attribuita al matematico Niels Henrik Abel. A proposito dello stile di scrittura del suo illustre collega Gauss, egli diceva che “E’ come la volpe, che cancella con la coda le proprie tracce sulla sabbia”. Non bisogna nascondere i tentativi fatti, per quanto fallimentari, perche’ aiutano a ricostruire il filo del ragionamento. Concludo con la seguente citazione, che rimarca ancora una volta il concetto:

“Nello scrivere articoli pubblicati nelle riviste scientifiche siamo abituati a presentare il lavoro quanto più terminato possibile, nascondere tutte le strade tentate, non preoccuparsi dei vicoli ciechi per cui si è passati o descrivere come si era iniziato dall’idea errata, e così via. Insomma, non c’è alcun posto dove pubblicare in maniera degna cosa si è davvero fatto per arrivare a quei risultati.”

Discorso per il Nobel, 1966. Richard Feynman

Leggi le parti seguenti qui.

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3 pensieri su “La volpe che cancella le proprie tracce nella sabbia

  1. n.a. ha detto:

    il disinteresse per la cultura scientifica è pari solo al timore reverenziale per ogni sparata di qualsivoglia esperto, che abbia un’aura di scienza sul curriculum, questo almeno si vede in televisione

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